Formazione gruppo liturgico – 2 incontro

La celebrazione eucaristica inizia nel mondo creato da Dio, nella ferialità amata da Dio e intrisa della sua presenza, nel tempo salvato, tempo di grazia (Kairos)

Ancora prima di varcare la “soglia” “L’invisibile parla agli uomini e si intrattiene con loro per invitarli

ed ammetterli alla comunione con se”.

Vi è un esodo da compiere in ogni Eucaristia, un passaggio dall’esterno all’interno e un successivo ritorno

alla quotidianità.

Un viaggio che prende avvio da una voce che chiama: “e Dio disse…” “Venite con me…

a me voi tutti…” “Fate questo in memoria di me”

Una voce, tanti nomi, un suono che si espande nell’aria del tempo, nel giorno del Sole, nel dies Domini.

Una voce che chiama a radunarsi insieme (Ecclesia: assemblea convocata) nella domus ecclesiae (casa della Chiesa) per celebrare le meraviglie del Signore.

Ecco allora il primo pellegrinaggio che si svolge e celebra in ogni Eucaristia: “Venite, saliamo al monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe” (cfr. Is 2, 2-5), ”Quanto sono amabili le tue dimore, Signore degli eserciti! L’anima mia languisce e brama gli atri del Signore… Per me un giorno nei tuoi atri è più che mille altrove, stare sulla soglia della casa del mio Dio è meglio che abitare nelle tende degli empi.” (cfr. Sal 84).

Nasce l’esigenza di depositare la polvere del viaggio e prendere fiato, purificarsi e prepararsi ad incontrare il Signore, vedi anche la preparazione ampia dei catecumeni: ecco il senso dell’atrio, del portico, del sagrato, del cortile, della piazza, della gradinata.

vedi Eusebio di Cesarea, Historia ecclesiastica X,IV, per la consacrazione della cattedrale di Tiro, tra il 315-316: “tra il tempio e il vestibolo ha lasciato un vastissimo intervallo e questo spazio è stato foggiato a forma di quadrato, circondato di portici obliqui, ornati da ogni parte, sostenuti intorno da colonne. {…}Lo spazio centrale lo lasciò aperto e sgombero affinché si potesse vedere il cielo e godere dello splendore dell’atmosfera illuminata dai raggi di sole. Qui egli ha posto i simboli della santa purificazione, cioè la fontana eretta di fronte alla chiesa, donde sgorga acqua copiosa per l’abluzione di chi sta per entrare in chiesa {vedi nella basilica di S. Clemente}. Qui è la prima sosta del pellegrino in cui concilia bellezza e purezza e dove il catecumeno trova gradevole il soggiorno” )

Inizia ad esprimersi l’abbraccio accogliente e materno della chiesa (vedi il portico di S. Pietro) e si apre il sentiero dello stupore gioioso nel “paradisus” : giardino anticipo delle “mirabilia Dei” celebrate nell’Eucaristia (vedi il cortile degli aranci a Siviglia).

In questo “luogo di sosta per tutti, un invito a passare dal mondo alla casa di Dio”, uno spazio e un tempo per sentirsi ospite gradito e atteso.

E tutto inizia ed è favorito dal silenzio che precede e prepara il varcare la soglia, silenzio non formale ma vissuto come momento in cui si ricerca l’armonia. («Anche prima della stessa celebrazione è bene osservare il silenzio in chiesa, in sagrestia, nel luogo dove si assumono i paramenti e nei locali annessi, perché tutti possano prepararsi devotamente e nei giusti modi alla sacra celebrazione». Cfr n° 45 dell’Ordinamento generale del Messale Romano CEI 2004).

Arriviamo sul sagrato con il BISOGNO. Bisogno di raccontare, confrontare, dare un senso più pieno e sicuro, avere una conferma, un orientamento su di se sulle proprie scelte e azioni dopo una missione feriale.
Bisogno di sfuggire all’affanno eccessivo, al pericolo di lasciarsi risucchiare dall’ingranaggio del troppo fare: il bisogno di libertà …

Bisogno di una sosta e di una consegna di se in cui raccontarsi con fiducia e accogliere una parola autorevole, sicura, senza sentirsi giudicati ma pure accolti nella verità per essere “promossi”…
Bisogno di sperimentare tutto ciò in una appartenenza che da fondamento …

Tutto questo in un tempo che ci “consuma”; in un tempo che non basta mai e che ci viene continuamente rubato, in un tempo in cui le troppe verità negano l’esistenza della Verità, i frammenti di senso impediscono di dare un senso pieno e totale a se stessi e alla propria vita,… in un tempo in cui si tenta di fuggire dal nulla e dal non senso, dall’insicurezza e dalla dispersione, dall’anonimato … in un tempo in cui cerchiamo sicurezza e soddisfazione (spesso in esperienze contrassegnate da: individualismo, soggettivismo, edonismo, consumismo …) che spesso però svaniscono come nebbia mattutina al primo caldo sole che ne disvela la vanità (Qoelet)

Vissuto l’atrio, il “sacratum” si varca la “Soglia”, il Portale elemento significativo del Cristo, “porta” del gregge” (Progettazione Nuove Chiese 21)

Porta e portale hanno il significato di “luogo di passaggio” da una realtà all’altra e contemporaneamente il significato di luogo di separazione, soglia, confine.

La porta è il primo elemento che ci introduce nella chiesa, che ci invita alla festa, è il segno di Cristo che ci introduce alla salvezza (Cfr. Gv 10,9)( vedi le raffigurazioni e le scritte presenti in alcuni portali di estrema bellezza)
La porta di una chiesa, dunque, è sempre stata vista come il passaggio di cui gli uomini devono servirsi per avere accesso al Padre, per mezzo di Cristo, per ascoltare la sua Parola, per partecipare alla frazione del pane e alla preghiera.

Sulla soglia riceviamo un ANNUNCIO: Gesù valorizza il bisogno e, allo stesso tempo, lo relativizza: il bisogno è reso relativo allo stare con Cristo, Signore del Sabato (Mt12,8), per riposare in Lui (come Lui ha bisogno di stare con il Padre). E’ un’iniziativa che nasce da Gesù e che crea una separazione (sacro), una specie di vuoto (silenzio), di discontinuità e differenza tra il prima e il dopo … iniziativa che manifesta cura e tenerezza, assenza di fastidio, anzi gusto e gratitudine per il poter stare insieme.

Per meritarci questo riposo, il redentore ha voluto non avere “dove posare (klinein) il capo” (Mt 8,20), come lo si posa su un guanciale; non lo “poserà” (klinein) se non al momento della morte sulla croce (Gv 19,30).

Gesù offre un luogo e un tempo, un incontro in cui lasciar decantare le cose in libertà per poter rivedere tutto con occhi e cuore “nuovi”, per cogliere il valore di se al di la di ciò che si fa (Marta e Maria), al di la del “giudizio” e del “merito”, nel gratuito e contemplante amore di Dio (Genesi) che ci rivela come il suo “compiacimento”, la sua dilezione (Battesimo e Trasfigurazione di Gesù), la sua amata sposa (Isaia, cantico dei cantici; Osea). Un luogo, un tempo, un incontro in cui siamo manifestati come persone, realtà di relazione, partner di un alleanza: Chiesa.

Questa esperienza di riposo è il giorno del Signore, giorno in cui, come Israele, siamo chiamati a fare memoria ed esperienza di libertà (cfr. Deut 5,15), partecipando del riposo di Dio, manifestandoci a sua somiglianza, quali figli (cfr Es 31,17; Gen 2,2s).

Il sabato (domenica) non consiste semplicemente nel cessare dal lavoro, ma nel consacrare le proprie forze a celebrare nella gioia il Creatore ed il Redentore, celebrare l’alleanza. Può essere chiamato “delizia”, perché colui che lo osserverà “troverà in Javeh le sue delizie” (Is 58,13s).

La domenica fa entrare nel mistero di Dio. Il vero riposo non è, quindi, tanto cessazione, quanto compimento dell’attività; diviene allora già sulla terra una pregustazione del cielo, del riposo definitivo (cfr. Sal 55; Eb 3,7-4, 11)

IN MEMORIA DI P. GUIDO VERDICCHIO